L'enigmatico personaggio dell'antica Roma che contese duramente il potere al conservatore Cicerone
Aristocratico, secondi certi storici si batté per la plebe di Ferruccio Gattuso
![]() Non la pensano così altri osservatori storici che vi hanno visto - a seconda del lato dal quale si vogliano vedere le sue azioni - rispettivamente l'inventore del colpo di stato, un romantico idealista rivoluzionario, un altrettanto romantico idealista reazionario, o, più probabilmente, un prevedibile (per quel tempo) personaggio, sicuramente carismatico, il cui unico scopo era raggiungere la fetta di potere che gli spettava, che pretendeva come appartenente ad una delle più prestigiose famiglie di Roma, e che gli veniva ripetutamente negata da un'oligarchia timorosa dei suoi slanci e del suo ascendente sulla plebe. Nella valutazione del personaggio Catilina non ha avuto un ruolo secondario, in questo secolo, l'approccio ideologico. Sinistra e destra si sono infatti divise (anche tra le proprie file) nello stigmatizzare e nel rivalutare questo affascinante patrizio romano. Se opinion leader come Gramsci (nei Quaderni del carcere, ndr) sembrano averne preso parzialmente le difese, un'altra sinistra, per paradosso gramscianamente "egemone" - condizionandone, la percezione scolastica che oggi si ha del personaggio - lo ha sempre dipinto con colori oscuri, sicuramente in modo meno favorevole rispetto alla coppia "rivoluzionaria" dei fratelli Gracchi. Allo stesso modo la destra vi ha visto un pericoloso sovvertitore dell'ordine o un sognatore tradizionalista, una sorta di superuomo nietzschiano votato alla riconquista di un mondo perduto. Sempre coscienti di ricorrere ad una semplificazione "novecentesca", a noi sembra di vedere in Lucio Sergio Catilina un "rivoluzionario di destra": una complessa figura, cioè, animata egualmente da bassi istinti (sete di potere) e alti propositi (idealistica sete di cambiamento), il cui materiale desiderio di rivincita nei confronti dell'oligarchia a un certo punto della congiura si è completato con un genuino slancio romantico che - da patrizio illuminato quale era - cercava di combinare riforme sociali ed economiche "progressiste" a progetti nostalgici "conservatori" (nel senso anglosassone del termine, quindi piuttosto tradizionalisti, tesi ad un recupero dei valori di un'austerità delle origini).
«...è difficile
Quel che è certo - e che uno scrittore come Pietro Zullino mette chiaramente in evidenza - è il fatto che, oggi, dire Catilina significa dire disordine, trame oscure, mentre dire Cesare significa dire "cesarismo", cioè un regime saldamente ancorato alla figura di un uomo solo, carismatico e potente, "il cesarismo di Napoleone, di Stalin, di Mussolini".
Eppure, riprendendo sempre le parole di Zullino, "fra i due termini in apparenza così distanti, c'è un collegamento sottile: è difficile diventare Cesare, se prima non si è stati Catilina; ma chi resta Catilina e non va oltre, quasi sempre è un Cesare mancato.
Il nostro uomo guidò un'insurrezione socialista contro lo Stato romano e fu sconfitto. Pochi anni più tardi al governo andò Cesare, un altro esponente della sinistra d'allora [i populares, ndr], il cui genio politico doveva trasformare però la repubblica nella più celebre monarchia imperiale di tutti i tempi.
Fra i due Cesare è il vincitore, e Catilina il perdente. […] Anche Catilina, se avesse vinto, sarebbe stato costretto dalle circostanze a trasformarsi in un tiranno; se non l'avesse fatto, non sarebbe durato. Ma la storia è una grande semplificatrice; fa perdere i Catilina, e fa vincere direttamente i Cesari". Sempre proseguendo su questo territorio Zullino ci porta al paragone con il rapporto tra Trockij e Stalin, indubbiamente suggestivo, ma decisamente personale.diventare Cesare, se prima non si è stati Catilina» In conclusione, ci sentiamo di poter dire che Catilina non fu sicuramente un personaggio minore, ma la sua impresa venne vista, dal potere costituito, come una minaccia mortale. Certo Marco Tullio Cicerone, il grande nemico di Catilina - per svariati motivi che illustreremo - visse la vicenda, e il rapporto con Catilina, in modo assoluto sin dai primi vagiti rivoluzionari del personaggio, ma la dimostrazione che la congiura di Catilina avesse raggiunto livelli di pericolosità indubbi è l'onorificenza che il Senato romano avrebbe concesso a Cicerone, e cioè il titolo di "Padre della Patria". Grande onore per aver sventato un grande pericolo. Guai ai vinti, quindi. Ma risparmiando a Catilina l'oltraggio della mediocrità. Catilina, il patrizio Lucio Sergio Catilina nasce a Roma nell'anno 645 dalla fondazione dell'Urbe, per noi il 108 a.C. dal senatore Lucio Sergio Silo e da Belliena. Il padre, deponendolo sulla terra di casa e recitando la formula di riconoscimento di paternità, lo accettava come figlio e lo deputava al riscatto del perduto prestigio del casato. La gens Sergia era infatti una delle cento famiglie che, a quanto sosteneva la leggenda, aveva contribuito alla fondazione di Roma. Un'altra leggenda, ancor più "impegnativa", ricordava ai romani che i Sergi discendessero dal mitico Sergesto, compagno di Enea. Da tempo, almeno un secolo, i Sergi vivevano ai margini della Roma che conta. L'ultimo esponente della famiglia ad ottenere un ruolo influente era stato il pretore Marco Sergio, distintosi nella seconda guerra punica, per due volte prigioniero di Annibale, e per altrettante volte sfuggitogli, incrollabile guerriero che collezionò sul proprio corpo - assicurano le cronache del tempo - ventitré ferite in battaglia, e che continuò a combattere anche privo della mano destra, ricorrendo ad una protesi di ferro che usava come insegna per guidare i suoi uomini all'attacco. Un altro Marco Sergio - trecentocinquanta anni prima di Catilina - era stato tra i realizzatori delle Dodici Tavole, leggi arcaiche che fungevano da carta costituzionale della Repubblica. Con queste premesse, la sete di rivincita dei Sergi appare una conseguenza inevitabile, tenuto conto soprattutto dell'importanza che l'onore (etico e guerresco) e l'influenza politica rivestivano nell'antica Roma.
Il culto della memoria e dei simboli nella casa Sergia furono senza dubbio alla base della formazione del giovane Catilina: nella propria abitazione Lucio Sergio tributava onori all'insegna militare di una delle legioni di Mario, impiegata nella guerra contro i Cimbri e i Teutoni, e quando marcerà con il suo improvvisato esercito nel Fiesolano, prima della battaglia cruciale, si farà precedere da questa e da altre insegne, nella guisa dei consoli in carica, a simboleggiare ciò che gli sarebbe spettato di diritto, ma che gli era stato negato. Risulta evidente, quindi, che sin da giovane il nobile romano avrebbe cercato di partecipare alla vita politica e militare dell'Urbe.
Nell'88 a.C.
Catilina passa agli ordini di Silla e segue il suo generale in Asia Nell'88, Catilina passa agli ordini di Silla - in quell'anno console - e segue il suo generale in Asia, nella guerra contro Mitridate, re del Ponto. Ai suoi ordini, senza dubbio, il giovane Lucio Sergio potrà affinare la sua già naturale dote di soldato e sicario. Mentre Silla è
lontano da Roma, però, il tribuno della plebe Sulpicio Rufo riesce a far approvare una legge che priva Silla del comando e lo affida a Mario, in quel momento a riposo come privato cittadino. È la guerra civile - tra optimates e populares - che vedrà Catilina fedele esecutore di omicidi e repressioni nelle file sillane. Silla, sostenuto anche da Pompeo Rufo, tornò improvvisamente a Roma, la conquistò e diede inizio - per la prima volta nella storia - alle prescrizioni. Imposto al Senato il Senatus consultum ultimum, provvedimento d'emergenza che dichiarava i suoi nemici hostes, cioè Nemici della Patria, il dittatore si scatenò contro gli avversari: Mario fuggì da Roma, molti dei suoi sostenitori vennero eliminati. L'operazione "di pulizia" non era riuscita, però, se dopo cinque anni di guerra mitridatica Silla dovette tornare a Roma, dove nel frattempo il redivivo Mario e i suoi uomini avevano preparato per i sillani in città la stessa poco filantropica sorte subita anni prima. Mario muore nell'86, resta console Cornelio Cinna, che cerca di scatenare i suoi generali contro il ritorno a Roma di Silla. Nella decisiva battaglia a Porta Collina, nell'82, Catilina si segnala con Crasso come eccellente comandante, rivelandosi determinante per la vittoria. È in questa cornice politico-sociale che Lucio Sergio Catilina, nel anno 66, decide di correre per il consolato del 65. Ha 42 anni. Ad opporsi alla sua discesa in campo è l'intera casta oligarchica guidata da un'abile "difensore d'ufficio": Marco Tullio Cicerone.
Come già detto Cicerone aveva una personalità profondamente diversa da quella di Catilina. Due anni più giovane di lui, Marco Tullio rientrava in gioventù nel perfetto cliché dello studente primo della classe, diligente, ossequioso verso i professori e immancabilmente preso in giro dai compagni. Certo non lo aiutava il suo nome, la cui origine derivava dalla particolarità di un avo, il cui naso sfoggiava una grossa escrescenza simile ad un cecio (cicer). Avvocato di straordinario talento, grande scrittore e abilissimo oratore, Cicerone esordisce nel Foro nell'81 con una piccola causa civile, ma già l'anno seguente ha l'occasione di attirare l'attenzione su di sé: l'avvocato difende il giovane Sesto Roscio contro il potentissimo sillano Crisogono, per una storia di soldi e supposto parricidio. Dal momento che nessuno osava difendere Roscio, temendo rappresaglie, l'ambizione - per una volta superiore alla pavidità - convinse Cicerone ad accettare la difesa del giovane. Ovviamente, vinse la causa. "Fu l'unico atto di coraggio della sua vita - scrive caustico Massimo Fini - E infatti gliene venne una tal paura postuma che fece circolare la voce che era malato e aveva bisogno di cure, partendo immediatamente per la Grecia. Voleva mettere il mare e un buon numero di chilometri fra sé e il dittatore. Ritornò a Roma solo nel 77, dopo la morte di Silla".
Nel 66 a.C.
Catilina si candida per la prima volta alla carica di console Prima di ordire la sua famosa congiura, Catilina tentò per ben tre volte l'accesso
al consolato. Le prime due venne sconfitto con trucchi e brogli, la terza legittimamente,
ma fu quella che, come si dice, fece traboccare il vaso.
Come detto, nel 66, Catilina corre per la prima volta alla carica di console. La sua candidatura è l'autentica novità della campagna elettorale: tutto sembrava deciso, con le candidature di Lucio Torquato e Lucio Cotta per l'aristocrazia, e di Publio Autronio e Publio Cornelio Silla per i democratici.
Nomine decisamente incolori, che non conquistavano la fantasia popolare. La decisione di Catilina, che tornava dopo aver operato da governatore in Africa, scombinò i piani delle due fazioni, creando malumori. Era ovvio che non ci sarebbe stata partita, considerata la fama e il carisma di Catilina.
Furono diverse le strade che gli aristocratici tentarono per fermare Catilina. Le principali furono due: un pretesto tecnico ed uno giudiziario.
Quello tecnico consisteva in un cavillo temporale: la domanda del nuovo candidato era stata depositata in ritardo. La soluzione giudiziaria prevedeva il divieto alla candidatura in seguito alle accuse che un certo Publio Clodio aveva mosso contro Catilina in merito a supposte concussioni durante il governatorato in Africa.
L'accusa verteva sulla concussione non alle popolazioni locali - consuetudine dei governatori romani - ma nei confronti dei cittadini romani lì insediati. La legge - ovviamente - escludeva che potesse candidarsi ad una magistratura dello Stato chiunque fosse sotto processo.
Catilina emerse innocente dal processo, difeso da Ortensio, ma a quel punto la chance consolare era perduta. Per di più, nel mezzo del processo - quando i termini ultimi per la candidatura erano definitivamente scaduti - Publio Clodio ritirò addirittura la propria denuncia.
|